Malattie croniche
dell'intestino
Picco tra gli under 35

Federico Mereta 24.05.2018

Lo proviamo tutti i giorni grazie ad Instagram. A volte un’immagine vale più di mille parole, riesce a colpirci e a farci riflettere, coinvolge e ci tocca nell’animo. È anche per questo che, anche in medicina, la narrativa passa sempre di più attraverso gli scatti di grandi fotografi. Un esempio viene dall’iniziativa «Se MICI Metto», realizzata con il patrocinio di Amici Onlus – Associazione Nazionale per le Malattie Infiammatorie Croniche dell’Intestino e di IgG-Ibd – Italian Group for the study of Inflammatory Bowel Disease, per raccontare visivamente chi deve fare i conti con le patologie intestinali croniche come malattia di Crohn e colite ulcerosa. Sono circa 200.000 le persone in queste condizioni, anche i giovani, con un picco tra i 15 e i 35 anni. «Le Mici sono invisibili agli altri, ma ci sono e impattano pesantemente sulla qualità di vita delle persone che ne sono affette, limitandone fortemente numerosi aspetti, anche perché hanno un esordio in età giovanile, se non addirittura in età pediatrica in circa il 20 per cento dei casi», fa sapere Alessandro Armuzzi, segretario generale di Ig-Ibd. Spesso il paziente riceve la diagnosi a qualche anno di distanza dai primi sintomi, con peggioramento del danno organico e della qualità di vita». Riconoscere presto il nemico, quindi, è fondamentale, ma non sempre è semplice. Ad esempio la diagnosi di malattia di Crohn è difficile da effettuare, perché i sintomi inizialmente possono ricordare quelli del colon irritabile (quella che definiamo «colite») oppure di infiammazioni a carico dell’intestino. Poi, grazie agli esami mirati, si arriva a definire la situazione. Arrivare presto è importante perché le due patologie sono caratterizzate da sintomi causati dal danno della mucosa dell’intestino (e nel caso del Crohn anche di altri tratti dell’apparato digerente) che fa seguito all’infiammazione. Se non vengono riconosciute e curate, determinano un danno intestinale progressivo, che comporta complicanze e la necessità di ricorrere alla chirurgia, necessaria comunque in molti casi. Ma anche su questo fronte, la scienza va avanti. «Negli ultimi vent’anni, abbiamo assistito a una vera e propria rivoluzione nella terapia di queste patologie: le terapie non sono più rivolte soltanto alla risoluzione dei sintomi ma anche alla riduzione del danno determinato dall’infiammazione», osserva Mariabeatrice Principi, dell’Unità di Gastroenterologia dell’Università di Bari. «Tutto questo ha migliorato significativamente la qualità di vita per i pazienti, ma per ottimizzare l’uso dei farmaci innovativi è fondamentale l’attenzione costante al paziente e alla sua risposta alla terapia». Le immagini possono fare molto per favorire la conoscenza: in «Se MICI metto», 15 scatti della fotografa Chiara De Marchi raccontano storie come quella di Valentina, che nel 2009 ha ricevuto il regalo più bello, e «… se mici metto divento mamma, continuo a lavorare e combatto la malattia come un leone». O come quella di Andrea, che ha scalato le salite del Giro d’Italia e «… se mici metto posso farcela ancora». 

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