Colesterolo?
Quello "buono"
non sempre è amico

Colesterolo
Colesterolo
Federico Mereta 06.09.2018

Forse dobbiamo ricrederci. Il colesterolo buono, o Hdl, tanto buono poi non sarebbe. Soprattutto per le donne in menopausa. Se aumenta troppo, forse, potrebbe dare qualche problema. Il motivo? Probabilmente quando ci sono troppe lipoproteine Hdl queste in parte non riescono a funzionare come dovrebbero, ripulendo il grasso che circola nel sangue e facendolo incorporare dal fegato. Sia chiaro: al momento bisogna sempre tenere sotto controllo i valori di colesterolo Ldl, quello cattivo, che non dovrebbero superare nei sani i 130 milligrammi per decilitro (ma già si parla di 115) e in chi ha già avuto problemi seri come infarto o ictus addirittura dovrebbero essere sotto i 70. Ma tant’è, anche quello che sembrava un amico con la regola di «più ce n’è meglio è», forse non va considerato tale. Ad aprire la fila dei dubbi è stata una ricerca condotta dalla Scuola di Salute Pubblica dell’Università di Pittsburgh pubblicata sulla rivista dell’American Heart Association Arteriosclerosis, Thrombosis, and Vascular Biology, dedicata al gentil sesso. L’indagine ha preso in esame oltre 1.100 donne di età compresa tra i 45 e gli 84 anni partecipanti ad una ricerca che ha preso il via nel 1999 ed è ancora in corso: studiando queste donne, gli esperti hanno notato che forse il colesterolo «buono» elevato non sarebbe un vero amico, specie dopo la menopausa. A questo poi si è aggiunta un’indagine presentata al Congresso della Società Europea di Cardiologia tenutosi a Monaco. Lo studio è stato condotto nell’ambito dell'Emory Cardiovascular Biobank, analizzando la relazione fra i livelli di colesterolo Hdl e rischio di infarto e morte in quasi 6.000 persone, in gran parte cardiopatiche. I partecipanti sono stati divisi in cinque gruppi in base alle concentrazioni di Hdl nel sangue: meno di 30 milligrammi per decilitro, tra 31 e 40, da 41 a 50 da 51 a 60 e oltre 60. Nei quattro anni successivi il tasso di infarti o decessi è risultato più basso nel gruppo che aveva valori medi (40-60 milligrammi per decilitro) rispetto a chi aveva meno o più Hdl. «Probabilmente quando sono in eccesso le Hdl non funzionano a dovere», spiega Marino Scherillo, direttore della Cardiologia dell’Azienda Ospedaliera San Pio di Benevento. Lo stesso Scherillo, tuttavia, segnala un passo avanti significativo della ricerca per le persone che hanno già avuto un infarto o un ictus o magari soffrono di arteriopatia obliterante, con il sangue che non arriva ai piedi e alle gambe. «In questi individui, pur con le terapie, il rischio di un nuovo infarto o ictus è di circa il 18 per cento su scala europea e in Italia abbiamo percentuali leggermente più alte», fa sapere l’esperto. «Tuttavia questo studio dimostra che un’associazione oggi praticabile in Italia tra un farmaco anticoagulante (rivaroxaban a basso dosaggio) con la classica Aspirina in base allo studio Compass consente di ridurre del 24 per cento gli eventi. Pur se esiste un maggior rischio di emorragie in questa popolazione, il rapporto efficacia-sicurezza è nettamente a favore della prima».

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