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Il campione e l'eroe
Al Museo Nicolis
i volanti raccontano

Ayrton Senna, scomparso in un incidente in gara nel 1994. Al Museo Nicolis anche il suo volante
Ayrton Senna, scomparso in un incidente in gara nel 1994. Al Museo Nicolis anche il suo volante
 
Elisa Pasetto11.07.2018

«L’auto a guida autonoma? La tecnologia ci arriverà, ma sarà un momento triste. Perché il volante trasmette a chi guida il senso di padronanza dell’auto, gli provoca quasi un piacere fisico, gli permette di esprimere la sua personalità». Nelle parole di Leo Turrini, giornalista e scrittore, tra i massimi esperti di Formula 1, c’è tutto il senso di «Passione Volante», ultima fatica targata Museo Nicolis. Una mostra, inaugurata in grande stile dalla presidente Silvia Nicolis alla presenza di autorità e mostri sacri del settore (da Tonino Lamborghini ad Antonio Ghini, ex direttore dei musei della Ferrari), alla scoperta dell’unica e inedita collezione di volanti F1. Quelli raccolti dal fotografo Daniele Amaduzzi sui campi di gara e autografati dai protagonisti, ora nel patrimonio del museo villafranchese. Se vi servisse un motivo in più per visitarlo, ora c’è anche questa esposizione: più di cento pezzi autografati da famosi piloti di Formula 1 a cui sono appartenuti, da Michael Schumacher ad Ayrton Senna, da Nigel Mansell a Michele Alboreto, e altri 30 volanti sport e granturismo. Non solo un concentrato di tecnologia e design, ma anche un oggetto che evoca storie indimenticabili. Non è un caso che i primi due volanti esposti siano quelli di Niki Lauda e di Arturo Merzario. Perché, uno accanto all’altro, quello del tre volte campione iridato e quello del pilota che non vinse nemmeno un Gp? «Licenziato» dalla Ferrari, tra l’altro, proprio per far posto al campione austriaco? «Perché quando Lauda, a Nürburgring, uscì di pista e la sua auto prese fuoco, fu proprio Merzario a correre in suo aiuto, riuscendo a staccare il volante della sua monoposto e a estrarlo, salvandogli la vita», ricorda Turrini. C’è anche il volante, autografato, di David Coulthard datato 1994. Un volante «scomodo», che nessun altro ebbe il coraggio di prendere tra le mani. «Dopo la morte di Ayrton Senna a Imola, il 1° maggio di quell’anno, la Williams contattò diversi piloti. Ma tutti avevano paura», ricorda Turrini. «Solo il giovane pilota britannico, allora quasi sconosciuto, se la sentì». Ma un volante può anche cambiare la storia dell’automobilismo. È successo con quello che strinse Nigel Mansell nel 1990, il primo con le alette del cambio. «Fino all’anno prima si cambiava con la cloche, poi la Ferrari presentò la prima monoposto senza la leva del cambio: non occorreva più staccare le mani dal volante per cambiare. Clay Regazzoni», conclude Turrini, «raccontava che la sua generazione di piloti al Gp di Montecarlo doveva cambiare 6mila a gara, alla fine aveva le piaghe sulle mani. “Senza il nuovo volante“, chiosava, “Schumacher non si sarebbe piazzato nemmeno tra i primi dieci“». 

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