Linee per disabili
o per "vestire" le protesi
La moda è inclusiva

Linee per disabili o per "vestire" le protesi. La moda è inclusiva
Linee per disabili o per "vestire" le protesi. La moda è inclusiva
20.08.2018

La prima, raccontano le cronache, è stata Danielle Sheypuk alla Fashion Week di New York 2014. In carrozzella, biondissima, sfilò per Carrie Hammer con la gonna stampata come un foglio di giornale. Quasi una citazione di un’icona di stile e glamour come era la Carrie Bradshaw di Sex and the city. Per lei, disse, era «il risultato di una lunga battaglia personale». Poi, quasi come un domino, c’è stata Tokyo, Parigi, Londra, Milano, Roma. E oggi un’ideale book non potrebbe non contare Wendy Crawford, bella, bellissima, che in passerella è tornata anche «dopo». O Sophie Morgan, «musa» per Stella McCartney. E poi Madeline Stuart, australiana, prima modella in pedana con la sindrome down; Rebekha Marine, che chiamano «la modella bionica» per come sfoggia la sua protesi al braccio. E ancora, pelle d’ebano, la top in carrozzella Leslie Irby; la regina dei costumi da bagno, Shaholly Ayers, prima «amputata» in passerella a New York. Fino in Europa, con la nuova Top che spopola dall’Ucraina Alezandra Kutas, l’elegantissima Felina Tiger, che dall’Alta Moda passa con disinvoltura a scatti per collezioni di lingerie. E la nostra Bruna Romano, 26 anni, tratti brasiliani, carattere pugliese, uno sguardo che «buca». Nella Moda, pensavano molti, élite dove più di ogni altro campo si cerca l’assoluta (presunta) perfezione, non potrà accadere. E invece eccole le nuove Top model dell’«inclusive fashion». Della moda, cioè, che rompe barriere e tabù e chiama a sfilare in passerella indossatori e indossatrici portatori di handicap. E fa notizia in questi giorni anche la 18enne Chiara Bordi che aspira a Miss Italia e ha superato una prima selezione e ora parteciperà alla finale regionale: ha una gamba con protesi dopo un incidente stradale. L’Italia è pioniera con la nascita della prima agenzia internazionale di modelli «inclusive», la Iulia Barton dal 2016 diventata una vera agenzia di moda. «Siamo i primi al mondo», racconta la fondatrice Giulia Bartoccioni. «All’inizio non è stato facile. Stilisti e designer temono che un abito su una modella in carrozzina non abbia lo stesso effetto. Ma sbagliano. Bellezza ed eleganza seguono altri canoni». Oggi in scuderia ci sono 40 modelli e modelle ingaggiati in esclusiva, in tutto il mondo, che sfilano, viaggiano, posano per servizi fotografici. Selezionati con «casting durissimi» e corsi di posa e portamento, perché sedute o in piedi solo le vere «Top» ce la fanno. Come Bruna Romano, «la nostra Naomi Campbell», dice la Bartoccioni, sulla carrozzina finita due anni fa dopo un incidente di macchina, debutto alla Fashion Week di Milano. Una rivoluzione culturale (ed emozionale) per il blasonato mondo della Moda, ma non solo. Negli Stati Uniti si calcola che ci siano 53 milioni di americani con disabilità. In Italia 1 persona su 6 ha una qualche forma di disabilità. Un mercato fino a poco tempo fa letteralmente ignorato, e che ora interessa le griffe. Tommy Hilfiger è stato il primo grande stilista a firmare una linea di abbigliamento per bimbi con problemi di disabilità e poi ad annunciare, un anno fa, il debutto di Tommy Adaptive capsule collection: oltre 70 capi per uomo e donna super glamour, ma con speciali dettagli strategici (dal velcro alle zip) che li rendono facili da indossare. E ancora, ecco marchi come Abl Denim specializzati in jeans per clienti in carrozzina. O Chaimelotte che si definisce «wheelchair couture», mentre la canadese Alleles ha lanciato l’accessorio trendy per «vestire» le protesi. Tra i primi a raccogliere il messaggio, lo stilista Renato Balestra, con i suoi abiti da sera preziosissimi. •

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